PostHeaderIcon Bali, tradizioni profondamente radicate

Ordine sociale Per i balinesi l’ordine sociale riflette un ordine cosmico, immutabile, che regge tutti gli aspetti della vita quotidiana. Il loro universo distingue un mondo positivo associato agli antenati, al cielo e alle montagne; un mondo degli umani e dei riti legato alla terra; un mondo nefasto che corrisponde al mare e al mondo sotterraneo.

 

Vita comunitaria Ogni balinese obbedisce a una fitta rete di istituzioni sociali, religiose ed economiche che definiscono la sua posizione nella società, il suo ruolo e i suoi obblighi quotidiani. Egli esiste avantutto quale membro di tale o talaltro gruppo ancor prima di esistere in qualità di individuo. Egli appartiene al suo “desa” (villaggio), al suo “banjar” (quartiere, associazione di vicinato) e - se proprietario di una risaia - al suo “subak” (un’associazione che regola e controlla la costruzione e la manutenzione degli ingegnosi sistemi di irrigazione delle risaie). L’organizzazione di ciascun villaggio é retta da un piano ben preciso. All’incrocio delle due vie centrali si trova generalmente una piazza (alun-alun) che riunisce gli edifici più importanti : il mercato (pasar), l’antico palazzo principesco (puri), accompagnati a volte dalla torre di kulkul (tamburo che serve a dare l’allarme o a chiamare a raccolta) e da un banian, l’albero sacro degli hindu.

 

Spazi e cicli cosmici Villaggi, templi, abitazioni, campi, riti religiosi : a Bali tutto é retto da poli d’orientamento dettati dall’ordine cosmico. Le montagne (in primo luogo la più alta, l’Agung, 3074 metri) di mora delle divinità e degli antenati, designano la direzione più pura e sacra. È da qui che proviene l’acqua, fonte di fertilità e di purificazione dell’isola. Sul lato opposto, il mare, riceve le acque inquinate (cominciamo quindi a spiegarci l’inquinamento della nostra baia) e le ceneri umane. Al ciclo kaja-kelod dell’acqua e delle anime, risponde anche il ciclo solare che comincia ad est (polo positivo) e si conclude a ovest (il suo corrispettivo negativo). Il medesimo schema si applica al corpo umano : la testa, rifugio dell’anima, corrisponde a kaja, i piedi a kelod, e la destra é superiore alla sinistra.

 

Lo spazio privato Spazio privato cinto da un muro, focolare di una famiglia allargata, la casa, o - piuttosto - il nucleo domestico (pekarangan) comprende diversi edifici le cui posizioni e funzione sono strettamente definite dall’ordine cosmico. Un sistema di misure magiche assicura inoltre l’armonia di questo microcosmo. Dopo il portico d’entrata, si trova una sorta di parete protettrice che funge da ostacolo contro gli spiriti cattivi che tentassero di entrare. Nell’angolo est, il più puro, si erge il tempio domestico dove ogni famiglia venera gli antenati divinizzati. Diversi padiglioni si aprono sulla corte interna. Questi ospitano un nucleo famigliare. Una volta sposati i maschi vi si installano con la moglie, mentre le ragazze raggiungeranno il nucleo famigliare del loro marito.

Il padiglione orientale (kaja-kangin) ospita i riti di passaggio e vi si accolgono gli invitati. Gli spazi funzionali come la cucina e la sala da bagno, occupano il lato occidentale (kelod).

 

Una rigida ripartizione dei compiti Le faccende domestiche sono compiti femminili. Sin dall’alba le donne cucinano il riso che fungerà da base per i tre pasti quotidiani della famiglia, poi spazzano e energicamente la corte e la casa e vanno a deporre piccole offerte in luoghi ben precisi. Ogni tre giorni (fissati dal calendario) si recano al mercato. Il resto della giornata si suddivide essenzialmente fra figli e vicine o la gestione di un piccolo commercio, fermo restando che l’attività principe rimane irrinunciabilmente la confezione minuziosa delle offerte. Spesso le donne si vedono anche affidare lavori di forza che altrove sono riservati agli uomini, come ad esempio il muratore o lo spazzino.

Al contrario, gli uomini, occupano le funzioni meglio remunerate sia in campo agricolo che nel sempre più florido settore turistico. Devono inoltre partecipare alle riunioni dei diversi consigli (villaggio, quartiere, ecc.) ai quali appartengono. Ma appena possono dedicarsi al divertimento, é al loro gallo che si consacrano. Ogni balinese ne possiede almeno uno o due. Li nutrono, li puliscono, fanno loro prendere il sole e, ovviamente, li allenano al combattimento. Vera passione isolana, il combattimento dei galli é ufficialmente proibito dal 1981 in ragione delle rovinose scommesse che genera. Resta nondimeno autorizzato nel quadro dei riti. La loro vocazione religiosa - che l’aspetto ludico tende a volte a far dimenticare - consiste nel sacrificio alle potenze del male, avide di sangue, per placare gli spiriti maligni e impedire loro di nuocere. In occasione delle cerimonie più importanti, come una cremazione o la costruzione di un tempio, viene organizzato un combattimento di galli purificatore. Nella quotidianità la passione per le scommesse é tale che al riparto di occhi indiscreti, in una sorta di clandestinità quasi ufficiale, da qualche parte si svolge sempre un combattimento.

 

Templi a go go Onnipresenti nei villaggi, lungo la costa o ai bordi di un lago, sperduti sulle pendici di un vulcano o nel bel mezzo di una foresta, a Bali i templi si contano a migliaia. Spazi sacri, luoghi di incontro fra gli dei e gli uomini, appaiono spesso deserti e quasi abbandonati all’incuria. Ma basta una cerimonia per conferire loro tutt’altro aspetto, freschezza e vigore.

 

L’arte delle offerte Rito sacrificale quotidiano, le offerte costituiscono il dovere primario degli uomini attraverso le quali viene mantenuto l’ordine universale assicurando un equilibrio fra tutte le forze antagoniste che lo compongono. Vere e proprie opere d’arte, confezionate e presentate secondo regole complesse e codificate, le offerte mirano a soddisfare equanimemente gli spiriti che animano ciascuna entità, naturale o soprannaturale, positiva o negativa, in grado di contribuire all’armonia cosmica. Le offerte restano perlopiù compito delle donne che si trasmetto il sapere da madre a figlia. Complice la modernizzazione, vengono sempre più spesso acquistate. Le offerte vengono deposte per terra, davanti a un’abitazione, in una piccola nicchia o su un altare di fortuna, ad un incrocio o una curva pericolosa, in una risaia o su una spiaggia. Le offerte deposte in alto, indirizzate alle potenze positive, saranno successivamente consumate dai fedeli. Il fumo dell’incenso porterà simbolicamente le offerte ai loro destinatari. Quelle volte a placare le potenze negative, posate al suolo, faranno la felicità di polli e cani randagi e … topi.

 

I riti di passaggio È difficile - tanto sono numerose - descrivere tutte le tappe rituali che, dalla nascita alla morte e persino al di là, ritmano l’esistenza di un balinese. Reincarnazione di un antenato, il nuovo nato é considerato divino. Compie il suo primo grande rito di passaggio all’età di tre mesi. È al termine di questa festa altamente simbolica, che il bebé, munito di gioielli protettori, tocca per la prima volta il suolo, giudicato impuro, giudicato impuro. Presentato alle divinità ancestrali, da questo momento avrà accesso ai templi e sarà ufficialmente integrato nella comunità. La cerimonia della limatura dei denti segna invece l’ingresso dell’adolescente nel mondo adulto. Questo rito mira a livellare sei incisivi corrispondenti a sei mali umani di origine bestiale e demoniaca. La maggior parte dei balinesi celebra il proprio matrimonio prima dei trent’anni. Al classico “mepadik”, visita di cortesia in famiglia al termine della quale il pretendente chiede la mano della ragazza, i giovani preferiscono spesso lo scenario più romantico e ludico del “ngerorod” dove il ragazzo simula il rapimento dell’amata (consenziente) che i parenti fingono di cercare invano dappertutto. Dopo la loro luna di miele clandestina i piccioncini finiscono per ricomparire e una grande cerimonia finisce per ufficializzare l’evento.

 

La cremazione, cerimonia capitale Ultima tappa della vita e obiettivo supremo dell’esistenza, la cremazione permette la liberazione dell’anima in vista della sua reincarnazione. Liberata dalle fiamme, questa potrà uscire dal suo involucro carnale per rinascere sotto altre forme determinate dal suo karma (somma degli atti della sua vita passata). In generale, il defunto, viene provvisoriamente inumato al cimitero. La cremazione (cerimonia complessa e costosa) avrà luogo soltanto più tardi - a volte trascorrono anche diversi anni - in una data propizia. Le famiglie meno abbienti che non riuscissero a raccogliere il denaro necessario, attenderanno l’occasione di una cremazione collettiva per suddividere la spesa. Nel frattempo, i membri del banjar si impegnano a costruire la torre destinata ad ospitare la bara, impalcatura di bambu e legno riccamente decorata (tessuti colorati, fiori, specchietti) che simbolizza il cosmo. Il sarcofago, nella forma di un animale (vacca, toro, leone o un animale di fantasia), viene deposto allo stadio intermedio, fra terra e cielo, sotto una torre formata da numerosi tetti multipli il cui numero dipende dalla casta del defunto. Dopo un banchetto festoso offerto dalla famiglia, la processione si dissolve al suono dell’orchestra gamelan. I portatori avanzano, indietreggiano, girano e rigirano, scuotendo lo strano baldacchino in un tumultuoso carosello destinato a scacciare gli spiriti maligni e evitare che l’anima del morto torni ad ossessionare la casa. Terminati gli ultimi rituali la torre viene bruciata. Raccolte in una noce di cocco, le ceneri verranno gettate in mare o nell’acqua di un fiume, da dove raggiungeranno … il Gange. Quanto all’anima, purificata, prenderà il suo posto nell’altare centrale del tempio domestico, dimora degli antenati divinizzati, in attesa della sua reincarnazione.


 
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